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Questo è un post molto particolare, e intenso: racconti, emozioni, dubbi, paure in presa diretta, dando la parola a Cécile, Matteo e Giacomo degli Esperanza (...Sergio, ti perdoniamo per l'assenza!)


Non capita tutti i giorni di calcare il palco del Sonar, no? Di tutti i grandi festival europei e mondiali è uno di quelli con più personalità, con più carisma nel suo campo (quello dell'elettronica-e-dintorni), con più rigore e al tempo stesso imprevedibilità nel fare le scelte artistiche. Un festival ormai talmente forte e autorevole da riuscire a fare il record assoluto di presenze (quasi 100.000 biglietti staccati in tre giorni...) anche in una edizione in cui non ci sono super headliner, di quelli che riempiono le arene ma costano anche come il PIL di uno stato di media grandezza. Davvero: a Barcellona, nei tre giorni del Sonar, si respira un'aria e uno spirito particolare.

E' per questo che dagli Esperanza, nostri portacolori nel'edizione di quest'anno (e che portacolori!), abbiamo voluto un piccolo diario emozionale. “Rimane la consapevolezza che cose come questa non si possano descrivere davvero. In più, non si prevedono e non si pianificano. Ti arrivano in faccia, improvvise come un pugno ma dolci come una carezza. Il loro effetto è prolungato e non sparisce di punto in bianco lasciandoti un pericoloso down. Insomma, stiamo parlando della droga perfetta. Da quando sono sceso dall'aereo ho alcuni pensieri che continuano a farsi strada nella mia mente: sono i volti, le parole, i sorrisi, le birre e le sigarette, le foto e le strette di mano, il tendone vuoto e il tendone pieno di gente e di entusiasmo... E poi ancora i nuovi amici come Marek (Eltron John) e Jesse Boykins III, due musicisti di grande talento e due persone dotate di grande sensibilità e carisma. Ci sarebbe da scrivere e parlare per giorni di tutto quello che è successo a Barcellona e di ciò che abbiamo provato. Una cosa è certa: siamo tornati a casa arricchiti, come musicisti e come persone. Abbiamo tanta voglia di fare, adesso. Ancora di più di quella che avevamo prima”: a parlare così è Matteo Lavagna, il bassista, ed è davvero una descrizione intensa, per certi versi quasi scientifica.

Doppiata in chiave un po' più psichedelica da quanto ci ha detto Cécile: “Direi che è rimasta una sensazione, più che un insieme di ricordi... ricordi che sono un po sfocati, ecco, diciamo per il fuso orario di Barcellona nei giorni del Sonar... Non saprei dirti precisamente cosa abbiamo fatto, né dove un giorno finisse e ne incominciasse un altro: in parte anche perché fino al giorno del concerto non pensavo ad altro che al concerto stesso (e a tutte le cose che dovevano funzionare perfettamente). Finito di suonare, lì è stata una liberazione. In generale una sensazione di gioia, contentezza e soddisfazione: so che abbiamo fatto del nostro meglio e ce la siamo cavato con una buona figura. La cosa che forse ho apprezzato di più è stato trovare dei vecchi amici e compagni di Red Bull Music Academy come Marek / Eltron John, e di incontrarne di nuovi come Jesse Boykins III: entrambi hanno apprezzato sinceramente da un punto di vista artistico quello che abbiamo fatto. Alla fine penso che il palco del Sonardome, quello gestito dalla RBMA al Sonar, sia un po un'estensione dell'esperienza Academy: abbiamo ripreso i contatti o legato con delle persone che suonavano lì semplicemente tramite la nostra musica, e sono nate in modo naturale delle connessioni basate sulle nostre affinità (ad esemprio Jesse Boykins III si è preso bene perché abbiamo suonato un edit di D'angelo... quindi le affinità si trovano anche dove non si direbbe, no?). Spero si concretizzino nel fare musica assieme in futuro. abbiamo già in progetto di fare qualcosa assieme a loro due ad esempio”.

Giacomo Zatti, il batterista, sintetizza: “Un'energia super positiva, data dalla perfetta interazione con tutte le persone con cui abbiamo lavorato in questi giorni di festival partendo da noi stessi passando per gli addetti ai lavori e al pubblico stesso. Una sensazione che non riesco a descrivere, però abbiamo trovato persone splendide... Quindi è stato tutto molto semplice, ed è stat tutto perfetto!”. Prosegue Matteo, allargando progressivamente il raggio dell'analisi e dei racconti: “L'atmosfera, sì. Tutto è molto positivo. C'è tanta condivisione e tanta voglia di conoscere nuove persone e nuova musica, di scontrarsi con quello che un giorno chiami diverso e che lì chiami semplicemente "nuovo". L'atmosfera del Sonar De Dia, in particolare, mi rapisce ogni anno: mi piace osservare le persone che interagiscono con gli altri o che, semplicemente, stanno in disparte, sdraiate a godersi la musica. C'è libertà, c'è espressione, c'è scambio di energia. Lo so, sembro un po' fricchettone, ma è così funziona e, per fortuna, non cambierà. Poi, in passato non ho mai amato moltissimo il Sonar By Night: quest'anno ho partecipato solo all'ultima serata... ed è stata meravigliosa. Mi è piaciuto molto Julio Bashmore: l'orario e la luce del mattino hanno conferito al suo set un lato intimo che mai mi sarei aspettato, ho sentito dentro il suo set uno slancio soul davvero magnetico, un po' malinconico, molto "noir". Poi, se proprio dovessi citare un act imperdibile direi Azari & III: roba da restarci secchi”. Per Giacomo il Sonar era una novità assoluta: “Il Sonar Noche, con 30.000 persone in un colpo solo... una cosa che lascia il segno, davvero”.

Cécile sa anche essere critico, analitico: “L'atmosfera, soprattutto quella del Sonar Dia, mi piace molto. In realtà non sono stato molto impressionato dalla musica, l'unica cosa che ho notato sicuramente è che secondo me c'era un sacco di attenzione su tutta quella musica che sta tra UK bass, jungle, hip hop ghetto e un po tamarro, juke... Forse troppa, perché molti dj mi sembrava suonassero le stesse cose che a loro volta mi suonavano uguali fra loro, non so se mi spiego. C'era molto interesse per quella cosa lì, insomma, e forse poca varietà. E' anche per questo sono contento che abbiamo portato qualcosa di diverso. Diverso non in senso assoluto, magari noi non abbiamo inventao nulla, ma in relazione alla proposta media di quest'anno forse sì. Ho letto ieri un report sul Sonar da parte di di xlr8tr, uno dei principali portali al mondo di musica elettronica, che secondo me faceva un po schifo: tra i loro "winners" del sonar c'era "l'assenza di chitarre" e che "si puo fare un festival senza ragazzetti smilzi e pallidi che strimpellano una chitarra". Boh. Mi sono sentito toccato, ahahah... Ma seriamente: secondo me invece le nostre chitarre, quelle cioè di Sergio, erano una ventata di freschezza. Sparigliavano i giochi, in modo creativo”.

Ma torniamo al cuore dell'esperienza degli Esperanza al Sonar: il loro live set. Come sono state passate le due ore che lo hanno preceduto? Cécile: “Abbiamo fatto un soundcheck molto corto: non ero quindi sicuro di cosa avrei sentito sul palco o come si sarebbe sentito il concerto fuori. Io di solito mi preoccupo molto, spesso per niente, ma in quel momento devo dire che ero semplicemente molto concentrato: abbiamo provato molto e sapevo tutte le cose che dovevo fare, speravo solo che nulla andasse storto (...perché sul tavolo ho tante macchine che devono andare d'accordo tra loro e basta un niente per scombussolare tutto anche per gli altri, le cui parti a volte sono vincolate da quello che succede nelle scene e dai vari midi e clock che partono dal computer... Insomma, per farla breve: se mando una scena o un clip sbagliata, in qualsiasi momento mando fuori tutti gli altri! Una bella responsabilità!)”. Giacomo: “Appena finito il soundcheck siamo andati in hotel a cambiarci e rilassarci un'attimo. Sinceramente non stavo pensando a nulla in particolare: troppa adrenalina e un po' di tensione. Poi però quando finisci la prima canzone e alzi gli occhi e vedi che da poche persone con cui hai iniziato il tendone si riempie e sono tutti che ballano e applaudono, ecco, inizi a pensare che va tutto bene... e ti lasci andare completamente”.

Infatti eccome Cècile racconta ciò che è successo e ciò che è stato pensato alla fine dell'ultima nota nel loro set: “Soddisfazione, anche un po di fierezza... Di solito faccio fatica a guardare il pubblico: perché a volte ci troviamo di fronte a gente che non ci conosce, visto che siamo ancora una band relativamente nuova, e quindi non capisce molto bene cosa succede; oppure perché ce n'è semplicemente poca, di gente. Poi guardo poco l'audience anche perché ho mille cose da fare tra lancia il clip, accendi questo spegni quell'altro, batti il tamburo eccetera... Invece al Sonar, all'ultimo sequencer, ho proprio guardato fuori verso il pubblico, fiero di me. E poi ho spento tutto, sorridendo”. Continua Matteo: “Mi ha scaldato il cuore Jesse Boykins III che, appena siamo scesi dal palco, è venuto a parlare con me nel backstage: quanto stupore nelle sue parole! Ha voluto sapere tutto di noi, delle dinamiche del nostro set... Poi abbiamo iniziato a parlare di "Voodoo" di D'Angelo (uno dei dischi preferiti di entrambi), e ci siamo un po' persi. Comunque, di base è bello sentirsi dire cose come "Mi avete fatto stare bene". Ce lo hanno detto in molti. E' quello il nostro obiettivo: far star bene la gente che ci ascolta”. Continua Giacomo: “Il complimento più bello è stato quello di una ragazza: diceva che guardando me e Matteo le è piaciuto tantissimo il nostro interagire con lo sguardo durante il live”. Chiosa finale di Cècile: “Mah, io prima di tutto mi sono preso gli insulti di Marek, alias Eltron John: “Carlo, ma perché cazzo non mi hai mandato 'ste robe? Sono fantastiche!”. Eh, cosa potevo dirgli...”.
 

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